Domenica delle palme blindata, fare la distinzione fra fede e supersistizione è fondamentale

Domenica delle palme blindata, fare la distinzione fra fede e supersistizione è fondamentale

Quest’anno, nel contesto di pandemia da CoVid19 non ci sarà la benedizione dei rami di palma o di olivo: perché è preclusa la partecipazione alla celebrazione. Una nota della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti del 1974 in merito alle benedizioni e distribuzione della cenere, delle candele o delle palme, per le tre rispettive occasioni liturgiche così si esprimeva: “La benedizione e l’imposizione delle ceneri, per ragioni pastorali, può essere fatta anche senza la Messa. Le altre benedizioni sono strettamente connesse alla celebrazione della Messa come processione o ingresso solenne”. Ma attenzione non si confonda la fede con la superstizione. Dalla tradizione alla fede.

Con la Domenica delle Palme ha inizio la Settimana Santa, cioè quel tempo dell’anno liturgico in cui la Chiesa commemora la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù. Nella Solennità dell’Epifania, quando viene dato l’annuncio della data della Pasqua per l’anno corrente, si afferma: “Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza. Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto”. Da qui comprendiamo perché attorno alla Pasqua si è sviluppato una profonda attenzione della liturgia, ma anche della tradizione popolare: basti pensare ai testi liturgici del canto gregoriano, quasi ormai in disuso, e alle diverse processioni con i Simulacri del Cristo Morto, della Vergine Addolorata o dei “Misteri”.

Nel primo di questi giorni santi, la Domenica della Palme, la Chiesa ricorda e commemora l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, prima della sua Passione, quando fu accolto da una folla che lo osannava riconoscendolo come “Figlio di Davide” (Mc 111-10; Mt 21,1-11; Lc 19,28-40), titolo messianico che riconosceva in Gesù l’inviato da parte di Dio per liberare il popolo e dare nuova speranza ad Israele. In questi testi, così come nel Vangelo di Giovanni, si dice anche che la folla che accoglieva Gesù agitava davanti a lui dei rami tagliati dagli alberi, delle palme e, poiché si era nella zona del monte degli ulivi, si può pensare anche dei rami di olivo. C’è anche un richiamo alla festa ebraica di Sukkot, cioè delle Capanne, quando i fedeli che arrivavano in massa a Gerusalemme salivano verso il Santuario agitando un mazzetto composto da tre arbusti: palma, segno della fede, mirto, segno della preghiera, salice, la cui forma rimanda alla bocca chiusa dei fedeli davanti a Dio. Ecco da dove deriva la tradizione di raccogliere rami di olivo o foglie di palma, alcune anche artisticamente intrecciate, e di portarli per la benedizione nella Domenica delle Palme. 

Ma mentre la liturgia orienta l’attenzione dei cristiani a Gesù, accolto e celebrato come re (basti vedere le formule di benedizione dei rami: “Dio onnipotente ed eterno, benedici questi rami [di ulivo], e concedi a noi tuoi fedeli, che accompagniamo esultanti il Cristo, nostro Re e Signore, di giungere con lui alla Gerusalemme del cielo” e ancora “Accresci, o Dio, la fede di chi spera in te, e concedi a noi tuoi fedeli, che rechiamo questi rami in onore di Cristo trionfante, di rimanere uniti a lui, per portare frutti” di opere buone), la tradizione popolare ha trasformato questi rami in dei portafortuna necessari per il benessere della casa, della famiglia o della campagna (lo stesso dicesi delle candele benedette nella Festa della Presentazione al Tempio, conosciuta come Candelora). Dopo la benedizione, infatti, questi rami vengono collocati nei diversi luoghi proprio per attirare la benevolenza di Dio. Ma se questa è l’intenzione, essi perdono tutto il loro valore, perché le cose sante non sono dei portafortuna, ma dei segni che ci richiamano ad un significato più profondo. A che cosa ci richiamano i rami di olivo? A Cristo che deve essere accolto come Signore della vita e che offre la sua vita per amore dell’umanità. Deve essere chiara la distinzione tra i sacramentali, cioè di quei “segni sacri per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1667) e la superstizione, che spesso caratterizza, purtroppo, anche le cose sante: “La superstizione è la deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso impone. Può anche presentarsi mascherata sotto il culto che rendiamo al vero Dio, per esempio, quando si attribuisce un’importanza in qualche misura magica a certe pratiche, peraltro legittime o necessarie. Attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2111).

La redazione

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