Quando il medico e il paziente trovano il giusto feeling influisce sullo stato di salute.

Quando il medico e il paziente trovano il giusto feeling influisce sullo stato di salute.

 

Il rapporto fra medico curante e paziente può determinare sulla riuscita della terapia.

Medici in prima linea per accompagnare e rassicurare pazienti. Parole e comportamenti che danno spazio alle emozioni dei malati, sostenendoli in ogni momento, hanno effetti positivi sulla prognosi, almeno quanto alcune terapie farmacologiche. Lo rivela una meta analisi del del Massachusetts General Hospital, pubblicata su Plos One. L’entità degli effetti osservati, per quanto limitata, è superiore a quella trovata in alcuni studi sull’effetto dell’aspirina nel ridurre l’incidenza dell’infarto del miocardio o sull’influenza delle statine sul rischio di eventi cardiovascolari. L’empatia con lo specialista ha un ruolo centrale nell’affrontare la malattia. Il rapporto far medico e paziente nel tempo ha visto notevoli cambiamenti in quanto se prima il medico godeva di fiducia assoluta oggi con i nuovi mezzi di comunicazione, troppe sono le informazioni sui giornali e sul web. Un comportamento diffuso, che però ha anche qualche controindicazioni.
“Troppe informazioni”.Il rischio maggiore riguarda la possibilità che i pazienti entrino in rapporto con un numero eccessivo di informazioni, spesso espresse in un linguaggio per loro incomprensibile e che questa quantità di notizie non sia adatta a far loro raggiungere la qualità che stanno cercando: troppa informazione, si dice, equivale a nessuna informazione.
Il nuovo codice deontologico. Un trattamento clinico corretto è il primo passo per il successo di una terapia, ma non bisogna trascurare quanto siano importanti anche gli aspetti emotivi. La persona che si trova in difficoltà e a volte perde autonomia deve sentirsi capita e accolta. E nello stesso tempo deve avere fiducia nelle scelte del medico curante. Proprio per affrontare queste questioni, i presidenti degli Ordini hanno elaborato recentemente il nuovo codice deontologico nel quale si ricorda che “le competenze diagnostico-terapeutiche sono del medico, esclusive e non derogabili”. Fra le novità ci sono anche alcuni termini da usare per tutelare i cittadini. Sono definiti infatti “pazienti” i malati e “persone assistite” quelli che stanno bene o che fanno esami.
Le parole. Saper ascoltare e scegliere le parole giuste fanno spesso la differenza fra professionisti. “Il medico deve avere l’umiltà di ascoltare il paziente. In molti casi potrà imparare da lui, in altri casi dovrà correggerlo. Parlare con il paziente è una grande occasione per conoscerlo, per capire meglio il contesto in cui vive e con quali modalità si pone rispetto alla sua malattia”, aggiunge Garattini.
Il tempo. Ma per ricostruire questo rapporto serve tempo e negli studi di medicina generale, ma anche negli ospedali le visite durano spesso pochi minuti. Un fattore che rende la relazione fra chi cura e chi è curato sempre più impersonale.  “In Europa i medici dedicano complessivamente troppo poco tempo all’incontro con i malati e la fretta è la cosa che viene più spesso rimproverata loro. Alcune ricerche hanno mostrato che in media il paziente che racconta la propria storia al medico viene interrotto per la prima volta dopo 20 secondi – spiega ancora Flamigni – . Sono in discussione numerose proposte che riguardano la riorganizzazione dei medici di famiglia: quella che ci persuade maggiormente riguarda l’organizzazione di “unità assistenziali” che siano sempre disponibili a intervenire, a qualsiasi ora i cittadini abbiano bisogno del medico”. L’indagine dell’Università di Parma. Qualche anno fa Stefano Manghi, docente di Sociologia all’Università di Parma, ha scritto Il medico, il paziente e l’altro. Un’indagine sull’interazione comunicativa nelle pratiche mediche (edizioni Franco Angeli) un’inchiesta che raccoglie le esperienze di 55 medici. “La situazione non è cambiata – spiega – . I medici stanno facendo fronte al mutamento della “scena della cura”. Si estende l’informazione biomedica di massa, la coscienza dei diritti alla salute potenzia gli aspetti legali della cura, poi ci sono sempre più iper-specialismi e l’aziendalizzazione della cura. Il risultato è un “malessere comunicativo” crescente”, dice Manghi.
Troppe specializzazioni. “La medicina attuale è caratterizzata soprattutto dalla tendenza alla super-specializzazione e i cittadini pazienti devono confrontarsi con un gran numero di specialisti, correndo il rischio di essere considerati come supporti occasionali di organi malati e non come persone – spiega Flamigni -. Questa frammentazione delle competenze comporta sia una diminuzione delle responsabilità –  che si dissolvono all’interno del gruppo di medici ogni volta coinvolto –  sia la difficoltà di indicare a chi spetti l’onere di tirare le fila della miriade di accertamenti eseguiti”.
Il medico-acrobata. L’opinione di molte persone nei confronti della medicina e dei medici non è positiva ormai da molto tempo. Di contro spesso i medici specificano che la medicina non è matematica, e che molto spesso i conti poi non tornano, che dire? Anche qui la diatriba è suscettibile di valutazione tenuto conto che spesso le probabilità di successo di una terapia si esprimono in valori percentuali e quindi matematici, si dovrebbe forse entrare nell’ottica di intervenire per ricostruire la fiducia fra camice bianco e assistito. “Oggi il medico può apparire come un acrobata, intento a eseguire, sulla corda, i suoi esercizi di tecnologia applicata: gli acrobati non sono interessati a conoscere l’identità degli spettatori, lavorano per un applauso collettivo e non per la felicità dei singoli. Ma una via d’uscita potrebbe essere quella che suggerisce al medico di dar voce ad alcune delle sue piccole virtù, virtù che certamente possiede come la pazienza, la prudenza, la capacità di ascolto, il rispetto per la volontà del malato, la comprensione dell’importanza dell’aggiornamento, la consapevolezza delle proprie responsabilità, l’umiltà. Si tratta in fondo di un modo semplice e alla portata di tuti di interpretare ‘l’etica della cura’”.

La redazione

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