Quando la separazione diventa una vera agonia, che fare?

Quando la separazione diventa una vera agonia, che fare?

Carissimo dottor Persano io e mio marito non parliamo  più; devo far finta di acconsentire a quello che dice per quieto vivere. Ci vorremmo separare ma abbiamo  due bimbe e forse loro non  meritano tutto  questo.

Risponde l’esperto dott.Luigi Persano

 

Cara lettrice i suoi dubbi sono legittimi. Nel momento in cui i genitori decidono di porre fine alla loro unione, il bambino si trova di fronte a una situazione in cui non c’è più la condivisione, più o meno conflittuale, di una realtà emotiva, ma di due realtà separate e in forte contrasto.

I figli sono le vere “vittime dello scioglimento del vincolo tra i genitori” e, non di rado, accade che nel corso dei giudizi di separazione e divorzio vengano utilizzati come vere e proprie armi di attacco e ricatto dai coniugi per la realizzazione di un loro interesse egoistico che si allontana, e di non poco, da quello che il legislatore richiede al Giudice di individuare e seguire come criterio basilare nelle sue valutazioni e scelte.

E’ proprio nell’ambito di un momento così difficile e delicato, qual è quello della crisi coniugale, che qualsiasi legislatore deve adoperarsi per improntare una disciplina più uniforme possibile che miri ad evitare gli effetti negativi di quella crisi.

Alla base di tale aspettativa c’è l’esperienza della vita quotidiana nella quale si vedono coppie i cui conflitti rischiano di ripercuotersi sfavorevolmente sullo sviluppo della personalità dei figli; tutto questo è in palese contrasto con la famiglia e con i principi che la pongono come situazione inviolabile, nonché strumento di realizzazione della persona.

Il problema principale sta nel trovare lo strumento adatto che permetta, da un lato, ai genitori di interrompere un’esperienza che ormai non è più adeguata alle loro aspettative e, dall’altro, ai figli di vivere questa decisione nel modo meno traumatico.

Possibile, mediante una tutela specifica che tenga conto della loro posizione del tutto particolare poiché ancora legati sentimentalmente ad entrambi i soggetti coinvolti.

Da qualunque punto di vista si guardi il problema della posizione dei figli nella crisi coniugale, nulla va a modificare i rapporti che intercorrono tra loro e i singoli genitori. I fattori che maggiormente influenzano la reazione dei figli alla separazione dei genitori sono: l’età, il temperamento, la capacità di recuperare un proprio equilibrio dopo le avversità (detta anche resilienza); la qualità del rapporto che ciascun genitore intrattiene col figlio e con l’altro genitore; il sostegno sociale che si riceve dagli altri membri della famiglia, dalla scuola o dai coetanei.

Le ricerche fatte dagli esperti suggeriscono che è la conflittualità tra i genitori, più che la separazione in sé e per sé, a produrre gli effetti negativi sul benessere dei figli

Dopo una separazione è probabile che il coinvolgimento affettivo del padre nei confronti dei figli cambi. In linea di massima i padri si possono suddividere in tre categorie a seconda della reazione che mostrano: da una parte ci sono quelli il cui coinvolgimento rimane lo stesso; dall’altra parte ci sono quelli che pur essendo poco coinvolti prima della separazione, in seguito a quest’evento prendono coscienza di quanto sia importante per loro la relazione coi figli, cominciano a dedicargli più tempo e migliorano la qualità del rapporto; infine, ci sono quelli che accrescono la distanza dai figli, o perché considerano la frequenza di contatto poco soddisfacente, o perché percepiscono una forte riluttanza da parte della madre a far crescere la relazione tra i figli ed il padre.

Il padre è, a differenza della madre, un “oggetto d’amore da acquisire” (Gaddiani 1989), e la sua presenza diventa importante intorno alla seconda metà del primo anno di vita per la sua funzione diretta sullo sviluppo per la sua   diretta sullo sviluppo psicosessuale della prole. Tuttavia, senza assumere il ruolo” rigido”, ma autorevole. L’autorevolezza, è’ un comportamento (più che un atteggiamento) che colloca il padre in un’area intermedia tra sicurezza che gli proviene dalla forza (l’autorità), la comprensione e la benevolenza che gli proviene dall’amore. Quando al padre manca questa forza è come se al bambino crollasse il mondo esterno. Il bambino non può permettersi che a suo padre manchi la forza e il coraggio per proteggerlo.   Al padre deve svolgere una funzione diversa da quella della madre, perché per il bambino è importante avere, fin dai primi anni, un modello chiaro e non confusivo di ciò che è maschile e da ciò che è femminile. Per essere padre non basta essere genitore.

Dott. Luigi  Persano
Pedagogista Professionista Qualificato Uniped
Iscritto all’Elenco Nazionale Professionale dei Pedagogisti dell’Uniped al n. AP-107/12
Pedagogista Clinico Qualificato Uniped
Iscritto all’Elenco Nazionale Professionale del Pedagogisti Clinici dell’Uniped al n. RC- 002/12
Pedagogista Giuridico Qualificato Uniped
Mediatore Familiare -Armonizzatore Familliare

 

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